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Gioielli o bidoni: sono questi gli album più sopravvalutati di sempre?

• Aug 21, 2026, 5:38 AM
30 min de lecture
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Ci sono certi album che nessuno osa profanare o mettere di nuovo in discussione.

La lista è nota: dischi venerati praticamente da chiunque e che ogni appassionato di musica che si rispetti dovrebbe idolatrare. Ma questi album sono davvero intoccabili, o stiamo ripetendo a pappagallo una saggezza ormai data per scontata?

La redazione Culture di Euronews si mette a nudo e riascolta con orecchio critico 12 cosiddetti 'capolavori' e si chiede: "Non è forse arrivato il momento di ammettere che non sono i trionfi sacri che ci hanno fatto credere?"

Ognuno ha i propri gusti, naturalmente - non vogliamo far crollare nessuna diga. Detto ciò, cominciamo con...

Led Zeppelin – IV (1971)

IV
IV Atlantic

È l'album che ci ha regalato 'Stairway to Heaven', forse la più grande canzone rock mai scritta. È ampiamente considerato il punto più alto della carriera dei Led Zeppelin. È un ascolto imprescindibile, un classico del rock'n'roll. Eppure… Guardiamola così: il quarto album dei Led Zeppelin parte come un idrante aperto in una giornata d'estate rovente. 'Black Dog' e 'Rock and Roll' ti travolgono. È incredibile. Più avanti arrivano la trascendente 'Stairway to Heaven' e la morbida 'Going to California'. Ma è davvero l'esperienza completa che ci è stato insegnato a credere? Non ne sono così convinto. I momenti di vertice fanno tutto il lavoro pesante, e viene naturale chiedersi se non deformino la percezione dell'opera nel suo insieme – e se il mito costruito attorno alla band non abbia alimentato un certo revisionismo. Il problema è che, una volta che un album viene proclamato il capolavoro, tutto il resto viene misurato a sua immagine e somiglianza. Eppure gli Zeppelin hanno realizzato dischi più audaci. 'Led Zeppelin III' è irrequieto ed eclettico, e 'Physical Graffiti' osa di più lungo un caleidoscopico doppio LP. Per quanto geniale, 'IV' non dovrebbe avere il monopolio sull'eredità dei Led Zeppelin. CS

Eagles – Hotel California (1976)

Hotel California
Hotel California Asylum

Ricordate quella scena di The Big Lebowski in cui il Drugo litiga con un tassista quando gli chiede di cambiare stazione? "È stata una nottata dura e io odio fottutamente gli Eagles, amico!" dice il nostro stoner preferito. Io, ogni singola volta, faccio il tifo a gran voce per il Drugo. Gli Eagles sono spazzatura, e il loro album più famoso lo dimostra. Non che molti sarebbero d'accordo, visto che 'Hotel California' è il sesto disco più venduto di sempre, con vendite globali stimate intorno ai 44 milioni di copie. Per peggiorare le cose, la loro raccolta di successi resta l'album più venduto di tutti i tempi negli Stati Uniti. Fa pensare, no? Il cosiddetto "classico rock" del 1976 è strapieno di canzoni mediocrissime su quanto si è belli nel deserto, belli mentre si guida per Los Angeles, belli per strada e belli mentre si pongono domande del tipo: "Devo restare o andare? Lo voglio proprio sapere / Perderò o vincerò se provo ad amare di nuovo?" Non so cosa dire sulla seconda parte del quesito: sono affari tuoi, e in bocca al lupo. Per quanto riguarda la prima, vai. Per favore, sparisci. DM

Fleetwood Mac – Rumours (1977)

Rumours
Rumours Warner Bros.

Ero in macchina per un viaggio di cinque ore con due dei miei migliori amici e abbiamo deciso di impiegare il tempo in modo vagamente produttivo: ascoltare, dall'inizio alla fine, alcuni album considerati tra i più grandi di sempre. Abbiamo iniziato con 'Thriller' di MJ: brillante, praticamente senza difetti, a parte forse quel duetto stucchevole con McCartney. Poi 'The Miseducation of Lauryn Hill': bellissimo, pieno di anima, davvero sublime. Quindi, quando siamo arrivati a 'Rumours' dei Fleetwood Mac, ci aspettavamo una rivelazione. Purtroppo non è successo. Questo non significa che 'Rumours' sia un brutto disco. Spesso è eccellente. 'Dreams' è probabilmente una delle canzoni più belle mai registrate; 'Go Your Own Way' resta un pezzo irresistibile; e la linea di basso iconica e l'esplosione euforica di 'The Chain' sono da urlo. Ma, preso nel suo insieme, l'album ha lasciato tutti e tre stranamente freddi. Se si tolgono tutto il melodramma sentimentale e il mito che gli ruota attorno, quello che resta è spesso sorprendentemente rassicurante, levigato e a tratti insipido. 'Second Hand News' è un'apertura stranamente dimenticabile; 'Don’t Stop' è fastidiosamente allegra; e 'Oh Daddy' è, francamente, un discreto sbadiglio. Nei giorni successivi ho ascoltato 'Tusk' e 'Tango in the Night', due album successivi della band, e li ho trovati entrambi più avventurosi e interessanti. _'_Rumours'ha qualche brano perfetto, ma non è affatto un album perfetto. TF

Pink Floyd - The Wall (1979)

The Wall 
The Wall  Harvest/EMI

Dio mi aiuti, adoro i concept album e i Pink Floyd di rado hanno deluso da questo punto di vista. Tuttavia, la loro rock opera del 1979 – pur essendo un traguardo imponente dal punto di vista narrativo – come esperienza d'ascolto non ha mai risuonato con me. Detto senza giri di parole: mi ha annoiato a morte deprimendomi allo stesso tempo. Va riconosciuto che il doppio album è pensato per essere punitivo, a immagine dei temi di abbandono e isolamento voluti dall'architetto principale e gran maestro della cupezza Roger Waters. Tuttavia 'The Wall' mi è sempre sembrato gonfio, pieno di metafore martellanti e con più riempitivi di qualsiasi altro album che avessero pubblicato fino ad allora. 'Another Brick in the Wall, Part 2', 'Hey You' e 'Comfortably Numb' sono gemme, su questo non c'è dubbio - ma sono tre brani di punta in una scaletta di 26 canzoni, un malloppo bello corposo. E se si guarda alla discografia della band, ogni concept album che ha preceduto 'The Wall' continua a superarlo. Datemi 'The Dark Side of the Moon' (quello originale, non quella versione spazzatura che Waters ha pubblicato tre anni fa), 'Wish You Were Here' e 'Animals' in qualsiasi giorno della settimana, piuttosto che questo. DM

AC/DC - Back In Black (1980)

Back in Black
Back in Black Albert/Atlantic

Ecco il problema con gli AC/DC... Ogni riff noiosissimo della loro ripetitiva collezione di brani si attiene alla stessa, stonante e pacchiana formula di rock da tuta blu, al punto che ogni "hit" suona del tutto indistinguibile dalla precedente. Potresti farmi ascoltare pezzi da 'Back In Black', 'Highway To Hell' o da uno qualsiasi degli altri 16 album (sì, li ho contati), e io ti fisserei con lo sguardo vacuo di un basset hound afflosciato, in cerca della dolce liberazione della varietà. O dell'acufene. Una delle due va bene. La difesa ha concluso. A lei la parola. DM

Prince – Purple Rain (1984)

Purple Rain
Purple Rain Warner Bros.

Un Oscar. Due Grammy. Un album arrivato al numero 1 e rimasto per 24 settimane in cima alla Billboard 200. Oltre 25 milioni di copie vendute nel mondo. 'Purple Rain' è stato canonizzato come uno degli album simbolo degli anni Ottanta. E capisco perché. Prince era un musicista assurdo per talento – chitarrista, pianista, produttore, autore, cantante – e è difficile negare la quantità di creatività e cura che trasuda da questo disco. Ma forse è proprio questo il problema: a volte 'Purple Rain' sembra Prince disperato di dimostrare che può fare tutto contemporaneamente. Assoli di chitarra, cambi di tonalità, falsetti: ogni brano sembra deciso a scaricarti addosso l'intera cassetta degli attrezzi di Prince. Il risultato può essere esaltante, come nel finale di 'The Beautiful Ones', ma può anche sembrare eccessivamente cotto, teatrale oltre misura e stancante. E a livello di testi, l'album può risultare sorprendentemente… esile. Per tutta l'enfasi sul Prince genio della scrittura, alcuni pezzi – come 'Take Me With U' – sono abbastanza usa e getta. E quanto al brano che dà il titolo al disco, sì, è un classico, su questo non si discute. Ma davvero deve durare 8 minuti e 41 secondi? Ho un'agenda, Prince. Ho cose da fare! TF

The Smiths – The Queen Is Dead (1986)

The Queen Is Dead
The Queen Is Dead Rough Trade

Premessa: a differenza di Zooey Deschanel in (500) Days of Summer, io personalmente non "amo gli Smiths". Anzi, penso che il Morrissey con la spilla "For Britain" sia un piagnone stonato e pomposo, quindi non aspettatevi neutralità. 'The Queen Is Dead' è uno di quegli album che sembrano contrattualmente obbligati a comparire in ogni lista dei "migliori dischi di tutti i tempi" ed è regolarmente salutato come il capolavoro degli Smiths. E in parte capisco il clamore. Il lavoro alla chitarra di Johnny Marr è impeccabile, la band è affilata dall'inizio alla fine, il brano d'apertura è elettrico e 'There Is a Light That Never Goes Out' è, oso dirlo, irresistibilmente orecchiabile. Ma qui dentro ci sono anche delle autentiche ciofeche. 'Frankly, Mr. Shankly' è un brano lezioso e irritante, una canzonetta da varietà che non capisco come qualcuno possa voler ascoltare due volte, mentre 'Vicar in a Tutu' è una deviazione ancora più incomprensibile. Persino 'Some Girls Are Bigger Than Others' sembra un modo piuttosto moscio di chiudere quello che dovrebbe essere un classico. Forse mi sfugge qualcosa. O forse la voce e l'ego di Morrissey mi hanno semplicemente logorato. In ogni caso - capolavoro? Non sono convinto. TF

Oasis – Definitely Maybe (1994)

Definitely Maybe
Definitely Maybe Creation

Pur non spingendomi a dire senza mezzi termini che gli Oasis nel loro complesso siano sopravvalutati, su una cosa non torno indietro: il loro album d'esordio è considerato ben oltre i suoi meriti. Sì, 'Definitely Maybe' è stato la colonna sonora di una nuova era, che metteva fine al grunge e innescava il Britpop, ma il clamore che lo circonda fin dalla sua uscita è sfiancante. I singoli sono trascinanti, e nessuno nega l'abilità di Noel Gallagher nel costruire ritornelli da cantare in coro; ma il resto è riempitivo, con testi o poco ispirati o degni di qualcuno che indossa ancora il pannolino pieno. Per quanto riguarda gli sforzi di Liam, c'è un motivo se il suo modo di cantare frasi come "Toniiiiiiiight I'm a rock 'n' roll staaaar" e "Sun-sheeeee-iiiiiii-ne" è stato memato all'infinito. Altro che biblico, fratellino. In definitiva, gli Oasis sono una band formidabile nei singoli; ma quando si parla di album coesi, l'unico LP che funziona davvero come un tutt'uno è stato - ironia della sorte - la loro raccolta di B-side 'The Masterplan', che resta la loro uscita migliore. Per quanto io sia consapevole delle mie idiosincrasie nei confronti della spavalderia caricaturale di certi fan "Madferit" degli Oasis, puoi divinizzarli quanto vuoi ma due cose restano vere: 1) Per quanto bravi, non sono stati i salvatori del rock'n'roll britannico; e 2) I loro contemporanei Blur, Pulp e Super Furry Animals sono stati significativamente più innovativi. Venite pure a contestare. DM

Kanye West – Graduation (2007)

Graduation
Graduation Roc-A-Fella/Def Jam

Oggi è facile prendersela con Ye. L'uomo ha detto cose abominevoli – così abominevoli che è stato bandito dalle esibizioni nella maggior parte d'Europa. Ora, naturalmente, è pronto a salire sul palco in Russia, il che non fa che confermare la sua dolorosa discesa allo status di paria. Se però separiamo l'arte dall'artista, possiamo riconoscere che la sequenza di album di West è quasi senza pari nell'hip hop contemporaneo. I suoi primi sei dischi sono stati innovativi, ognuno a modo suo. Ma 'Graduation' non è il capolavoro pop-rap che si racconta. Uscito nel 2007, è stato pensato per i grandi palazzetti, con ritornelli enormi, synth scintillanti e una produzione da U2. Sì, ha contribuito a spostare l'hip hop mainstream verso territori più melodici e sperimentali, ma 'Graduation' appare superficiale e insignificante se confrontato con le dichiarazioni ben più ambiziose che Ye farà con 'My Beautiful Dark Twisted Fantasy' o 'Yeezus'. È più un trionfo dell'istinto commerciale che una rivelazione artistica. Per un artista che ha dato il meglio di sé quando è stato imprevedibile – persino, forse purtroppo, oggi – 'Graduation' è sorprendentemente convenzionale. CS

Arcade Fire – The Suburbs (2010)

The Suburbs
The Suburbs Merge/City Slang/Mercury

Un decennio prima che il frontman Win Butler venisse smascherato come un manipolatore viscido, gli Arcade Fire avevano raggiunto vette mai toccate prima da una band indie. Nel 2011, 'The Suburbs' conquistò a sorpresa il Grammy per l'Album dell'anno. Gli Arcade Fire ce l'avevano fatta. L'album è un'ode di 64 minuti alla gioventù perduta e all'inedia da sobborgo bianco, pieno di melodie morbide, chitarre di medio tempo e inni da strada aperta. Non è un brutto ascolto, se si riesce a separare le accuse di cattiva condotta sessuale a carico di Butler dall'esperienza musicale. Anzi, nel complesso è godibile. Ma Album dell'anno era una forzatura allora e lo è ancora di più oggi. Testi come "Rococo, rococo, rococo / Oh, they're breaking my heart" e "I feel like I've been living in / A city with no children in it" sono comicamente ridondanti (o scarni, a seconda della prospettiva). E rispetto alla disperazione diffusa di oggi, quell'aria un po' melensa di angoscia suburbana e di romanzo di formazione sembra ridicola col senno di poi. CS

Daft Punk - Random Access Memories (2013)

Random Access Memories
Random Access Memories Columbia

Salutato come un trionfale album del ritorno dopo il deludente 'Human After All' (2005), il quarto e ultimo LP dei Daft Punk rendeva omaggio alla musica degli anni Settanta e Ottanta – in particolare disco e funk. La lista dei collaboratori era impressionante, con i pionieri francesi dell'elettronica che arruolarono Giorgio Moroder, Pharrell Williams, Nile Rodgers e Julian Casablancas per quello che sarebbe stato il loro canto del cigno. All'uscita fu accolto da consensi pressoché unanimi, ma direi che, per quanto quell'esplosione di nostalgia sonora fosse gradita in quel momento e il loro singolo ubiquo 'Get Lucky' fosse inesorabilmente efficace, 'Random Access Memories' continua a ricevere fin troppi elogi. Ascoltato dall'inizio alla fine, questo LP vincitore di Grammy non ha il ritmo che ricordavate: molte tracce risultano indulgenti e il tutto è... be', goffo. Sospetto che il team marketing che ha seguito il lancio dell'album sia in parte responsabile della sua fama duratura, come ricorderanno i fan, grazie a una campagna di teaser che funzionò a meraviglia. Ma alla prova dei fatti, 'RAM' forse non è le plus faible nella discografia del duo robotico, ma è lontano anni luce dal loro chef-d'oeuvre. Non parliamo poi di quella disastrosa ristampa del 2023 senza batteria, una completa perdita di tempo. DM

Taylor Swift – Folklore (2020)

Folklore
Folklore Republic

Quando Taylor Swift ha pubblicato 'folklore', stavo dirigendo una vivace rivista cittadina a Bangkok e non era esattamente un periodo d'oro. Dopo circa cinque brani di quel vorticoso album da 16 tracce, ricordo di aver pensato: "Ecco perché esiste il mestiere dell'editor". Chiariamoci: Swift non ha bisogno dei miei complimenti per il suo talento di autrice. Ha 14 Grammy e circa un miliardo di dollari a dimostrarlo. Il suo canone è in gran parte notevole. Ma 'folklore' è stato il primo segnale che forse l'ego stava superando l'artista. Il passaggio alla musica da clima da maglione, guidata dal pianoforte, è stato un cambiamento benvenuto e per nulla sorprendente, considerando che Swift ha lavorato con The National, cioè Aaron Dessner. Ma Dessner è stato l'editor di cui aveva bisogno? E qualcuno, in generale, può fare editing su di lei? Quando l'album funziona ("this is me trying"), funziona benissimo. Quando non funziona ("betty", "illicit affairs"), si vorrebbe che qualcuno fosse intervenuto proponendo qualche taglio chirurgico. Col senno di poi, 'folklore' ha segnato un punto di svolta per Swift. Da allora, la sua un tempo affilata capacità di scrittura è diventata spiazzante (vedi: "Fortnight" ed "epiphany"), e i suoi album sono diventati sempre più autoreferenziali e prolissi. CS

Eccoci qui. Stroncature eroiche o pura bestemmia musicale? Sentitevi liberi di farvi sentire. Basta che non perdiate tempo a difendere gli Eagles. La vita è troppo breve.

Questo testo è stato tradotto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. Segnala un problema : [feedback-articles-it@euronews.com].


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