Fact-checking: quanto è realistica un'unione doganale Ue-Regno Unito su misura?
Il dibattito sulla Brexit è tornato al centro della scena politica britannica dopo che oltre 100 parlamentari hanno appoggiato un disegno di legge dei liberaldemocratici. La proposta mira a creare una unione doganale su misura tra Regno Unito e Unione europea, con l’obiettivo di ridurre burocrazia, costi e barriere commerciali emerse dopo l’uscita dall’Ue.
Il partito centrista sostiene che un accordo personalizzato permetterebbe di allineare le procedure doganali, semplificando il commercio e migliorando la competitività delle imprese britanniche.
Nonostante il sostegno di una dozzina di parlamentari laburisti, il governo guidato da Keir Starmer considera la proposta impraticabile. Il primo ministro ha escluso qualsiasi ritorno – totale o parziale – a un’unione doganale, temendo che ciò indebolirebbe gli accordi commerciali già siglati con partner internazionali come gli Stati Uniti.
L’accordo attuale tra Regno Unito ed Europa
Il Regno Unito ha lasciato l’unione doganale e il mercato unico alla fine del 2020 firmando l’Accordo di commercio e cooperazione. Oggi le merci possono circolare tra le due sponde della Manica con tariffe zero, purché rispettino le regole di origine. Nonostante ciò, rimangono numerosi controlli doganali e normativi che hanno aumentato la complessità amministrativa per molte imprese.
Alcuni controlli sono stati sospesi unilateralmente da Londra, mentre gli incontri diplomatici degli ultimi mesi hanno avviato un lento processo di distensione, culminato in un possibile accordo fitosanitario per ridurre i controlli sui prodotti alimentari.
"Due miliardi di nuovi documenti dal 2021”
Secondo Al Pinkerton, deputato liberaldemocratico e promotore della proposta, le imprese britanniche avrebbero urgente bisogno di una revisione dei rapporti commerciali con Bruxelles.
Dal 2021, afferma, la Brexit avrebbe generato oltre due miliardi di documenti aggiuntivi, con costi per milioni di sterline.
Pinkerton sostiene di aver ricevuto reazioni positive anche dalle aziende europee, che subiscono a loro volta un aumento dei costi a causa dei controlli post-Brexit.
I benefici economici: una stima controversa
I liberaldemocratici prevedono che una nuova unione doganale potrebbe aumentare il Pil britannico del 2,2 per cento, generando circa 25 miliardi di sterline di nuove entrate fiscali. Si tratta però di stime molto approssimative, dato che la struttura dell’accordo non è stata ancora definita.
Jonathan Portes, professore al King’s College London, ritiene che l’ordine di grandezza non sia irrealistico, ma giudica “ottimistica” la possibilità di negoziare un accordo tanto favorevole per il Regno Unito.
Un modello simile a quello Ue-Turchia?
Gli analisti citano come possibile riferimento l’unione doganale tra Ue e Turchia, che elimina gran parte dei dazi sulle merci industriali ma esclude settori come l’agricoltura. Un accordo simile richiederebbe al Regno Unito di allinearsi alle regole europee senza poter influire sui processi decisionali dell’Ue, una prospettiva politicamente sensibile e forse poco accettabile.
Secondo Portes, se applicato al Regno Unito, un modello del genere porterebbe vantaggi ma anche nuove vulnerabilità.
L’Ue sarebbe pronta a trattare?
Gli esperti sottolineano che l’Unione europea potrebbe essere aperta a nuove forme di cooperazione, ma difficilmente accetterebbe un “percorso speciale” riservato a Londra. Le relazioni si sono però intensificate dopo la vittoria dei laburisti, che hanno ristabilito un clima di dialogo costruttivo.
Il parlamentare europeo René Repasi sostiene che l’Ue è pronta a valutare opzioni che rafforzino l’integrazione, purché siano realistiche e coerenti con il quadro normativo comunitario.
La proposta dei liberaldemocratici difficilmente diventerà legge senza il sostegno del governo. Tuttavia, ha riaperto un confronto pubblico che sembrava sopito. Con imprese e categorie produttive che continuano a segnalare difficoltà, il tema dei rapporti commerciali con l’Ue potrebbe tornare a essere centrale nella politica britannica nei prossimi anni.
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