Giubileo: Papa Francesco apre la Porta Santa nel carcere di Rebibbia, è la prima volta nella storia

Se non fosse per il freddo di fine dicembre, da lontano il carcere di Rebibbia potrebbe sembrare una cattedrale nel deserto. La strada che porta dall'omonima stazione della metropolitana e attraversa gran parte del quartiere fatto di case basse e vie strette, si apre davanti a un muro con un filo spinato che non sembra avere una fine. C'è silenzio attorno al grande quadrato che contiene i quattro istituti di pena che costituiscono il Polo penitenziario di Rebibbia, il carcere con maggiore capienza d'Italia con una capacità complessiva regolamentare pari ad oltre 2mila detenuti.
È qui che Papa Francesco ha aperto giovedì mattina la seconda Porta Santa dopo quella della Basilica di San Pietro il 24 dicembre. Un gesto fortemente voluto da Bergoglio che ha sottolineato l’importanza della cura dei detenuti nella Bolla d’indizione del Giubileo, in cui invita i governi nel 2025 ad “assumere iniziative che restituiscano speranza, volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in se stesse e nella società, percorsi di reinserimento nella comunità”. Una decisione storica in quanto mai avvenuto prima, in un luogo dove vivono migliaia di persone emarginate dalla società.
"La speranza non delude mai, bisogna spalancare le porte del cuore alla speranza anche nelle situazioni difficili", ha detto il pontefice nel corso dell'omelia ai carcerati a Rebibbia. "Non perdere la speranza: è questo il messaggio che voglio darvi, dare a tutti noi, io il primo perché la speranza mai delude", ha aggiunto Francesco.
In occasione dell'apertura della Porta Santa di Rebibbia, Euronews ha parlato con Don Lucio Boldrin, cappellano del carcere romano, e Luciana Delle Donne, ideatrice del progetto "Made in Carcere", che dà una seconda opportunità alle donne detenute di Lecce e Trani, e una doppia vita ai tessuti.
Rapporto Antigone: 88 suicidi nelle carceri nel 2024, mai così tanti
"Il 2024 delle carceri ci sta lasciando drammatici record, quello dei suicidi, delle morti, e una crescita della popolazione detenuta così sostenuta da provocare, già oggi, una situazione di reali trattamenti inumani e degradanti generalizzati", ha dichiarato lunedì il presidente di Antigone Patrizio Gonnella dopo la pubblicazione del report di fine anno. Nel documento dell'associazione che si occupa da anni dei diritti e le garanzie nel sistema penale, la fotografia scattata nelle carceri italiane per l'anno che sta per finire è drammatica.
Con un tasso di affollamento medio arrivato ormai al 132,6 per cento. “Al 16 dicembre 2024, in Italia erano 62.153 le persone detenute, a fronte di una capienza regolamentare di 51.320 posti - si legge nel report -. Di questi posti, però, 4.462 non sono disponibili, per inagibilità o manutenzioni, e dunque la capienza effettiva scende a circa 47mila posti, ed il tasso di affollamento arriva al 132,6 per cento".
Un anno fa, alla fine del 2023, i detenuti erano 60.166, circa duemila in meno di oggi e da allora i posti detentivi effettivamente disponibili sono diminuiti significativamente. “Continuare ad andare avanti di questo passo è impensabile. Alla fine dell’anno prossimo avremo 64mila detenuti? E dove staranno? E in che condizioni saranno le nostre carceri per allora?”, si chiede Antigone.
Ci sono poi i suicidi, 88, mai tanti come quest’anno, "superando addirittura il tragico primato del 2022 che, con 84 casi, era stato fino ad ora l’anno con più suicidi in carcere di sempre - sottolinea Antigone -. Oltre ai suicidi, il 2024 è stato in generale l’anno con il maggior numero di decessi. Se ne contano 243 da inizio gennaio”. 35 delle persone che si sono tolte la vita dietro le sbarre erano state giudicate in via “definitiva” e condannate (42,17 per cento), mentre 9 avevano una posizione cosiddetta “mista con definitivo”, cioè avevano almeno una condanna definitiva e altri procedimenti penali in corso, 32 persone (38,56 per cento) erano invece in “attesa di primo giudizio”.
Don Lucio, cappellano di Rebibbia: si tengano accesi i riflettori sulle carceri
Dopo i dati dell'associazione Antigone sulla situazione disastrosa delle carceri italiane nel 2024, la testimonianza di Don Lucio Boldrin, cappellano di Rebibbia e delegato regionale per le carceri del Lazio, rispecchia le difficoltà del sistema carcerario e l'emarginazione dei detenuti. Padre Boldrin, poco più di 60 anni, è prete da quasi tutta la sua vita adulta: ogni giorno entra a Rebibbia la mattina ed esce la sera. Portandosi dietro le storie dei detenuti e cercando di dare loro speranza insieme alla fede. "A Rebibbia c'è anche chi non è un criminale ma che è dietro le sbarre per un reato banale - spiega Don Lucio davanti all'immensa struttura carceraria -. Dopo un anno anche quelle persone cambiano, in peggio, perché devono sopravvivere e farlo a Rebibbia non è facile".
Don Lucio racconta il percorso fatto dai cappellani con i detenuti in preparazione dell'Anno Santo, ma anche le storie che nel 2024 non sembrano possibili. All'età di 40 anni alcuni detenuti non hanno terminato neanche la scuola elementare oltre a non avere ricevuto alcun sacramento compreso il battesimo. E poi il ruolo del denaro anche dentro un carcere, un pericolo per molti. "Qui si paga tutto - afferma Don Lucio -, dal cibo alle sigarette, e chi non ha i soldi li chiede a chi li ha che poi li riscuote con un sovrapprezzo". Un sistema di estorsione che si consuma anche dietro le sbarre.
Made in Carcere, le borse del Giubileo cucite dalle detenute
Dalla Puglia al Vaticano con le borse realizzate con materiale di scarto diventate gadget per il Giubileo grazie al progetto “Made in carcere”, nato nel 2007 dall'intuizione di Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale non a scopo di lucro.
Dalla finanza al carcere per dare una seconda possibilità a chi si trova a dover scontare una pena: la storia di Luciana Delle Donne parte tanti anni fa quando con una carriera ben avviata in una banca decide di cambiare vita per cercare di rendersi utile a chi si trovava e si trova in difficoltà.
Le detenute di Lecce e Trani producono manufatti definiti “diversamente utili”: borse, abiti e accessori. Made in Carcere, oltre a dare una seconda opportunità alle detenute, dà una doppia vita ai tessuti attraverso un percorso formativo, con lo scopo di dare dignità alla loro condizione di recluse e prepararle al reinserimento lavorativo e sociale. Viene offerta loro l’opportunità di acquisire delle competenze tecniche e professionali, per poi lavorare e percepire un regolare stipendio ma, soprattutto, costruire consapevolezza e dignità.
Durante tutto l'Anno santo, grazie a un accordo tra la Cooperativa Officina Creativa e il Dicastero, alcune borse realizzate dalle detenute di Made in Carcere saranno acquistabili all’Info Point ufficiale del Giubileo, e su ogni prodotto sarà apposto il logo ufficiale dell’Anno Santo. Il materiale utilizzato è composto, in parte, da tessuti e oggetti riciclati da materiale usato per il Giubileo straordinario della Misericordia, nel 2016. L’iniziativa si inserisce, di fatto, tra i “segni di speranza”, verso le persone più fragili e socialmente escluse, chiesti da Papa Francesco per l’Anno giubilare nella Bolla “Spes non confundit”. Per sottolineare ancora di più la vicinanza del Papa alle persone detenute oltre la storica apertura della Porta santa nel carcere di Rebibbia.
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