Phica.eu chiuso dopo lo scandalo delle foto rubate, Meloni: "Niente sconti per i responsabili"

Dove non arrivano rispetto e senso civico, sensibilizzazione e cultura inclusiva, c’è sempre la legge. Ed è proprio la legge – con le sue sanzioni – a ricordarci che la diffusione senza consenso di contenuti privati è un reato, quello di revenge porn.
Lo ribadisce anche Giorgia Meloni. La premier, che ha scoperto di essere tra le donne presenti sul sito Phica.eu con foto rubate, pubblicate con zoom morbosi e corredate da commenti grevi, invita le vittime a denunciare subito alla Polizia postale e al Garante della privacy per fermare l’illecito e tutelare la propria dignità.
Le parole di Giorgia Meloni
“Sono disgustata da ciò che è accaduto, e voglio rivolgere la mia solidarietà e vicinanza a tutte le donne che sono state offese, insultate, violate nell'intimità dai gestori di questo forum e dai suoi utenti”, ha dichiarato Meloni in un colloquio con il Corriere della Sera. La premier ha sottolineato l’importanza dell’educazione digitale e della responsabilità personale, ricordando che chi diffonde contenuti intimi senza consenso commette un reato grave.
La chiusura del sito e le indagini
Il sito Phica.eu, al centro dello scandalo, è stato chiuso dopo l’ondata di denunce, la pressione pubblica e una petizione che ha superato le 140.000 firme.
I gestori, in un comunicato, hanno definito la piattaforma uno “spazio di condivisione personale” che sarebbe stato usato “in modo scorretto da alcuni utenti”. Le autorità non hanno accolto questa giustificazione e la Polizia postale ha avviato indagini per identificare chi amministrava il forum e chi vi partecipava con commenti sessisti e insulti.
Cos’era Phica.eu
Il forum Phica.eu era online da circa vent’anni ed era diventato uno dei luoghi virtuali più noti, e discussi, per la condivisione di immagini femminili rubate, manipolate o scambiate senza consenso.
Secondo quanto emerso, non era un sito ospitato su server italiani, e la sua gestione rimane avvolta nell’anonimato: non ci sono informazioni ufficiali sui fondatori né sui responsabili tecnici.
Nel comunicato che annunciava la chiusura, i gestori hanno sostenuto che la piattaforma fosse nata come “spazio dedicato a chi desiderava certificarsi e condividere contenuti in un ambiente sicuro”. Una versione che contrasta con la realtà emersa dalle indagini e dalle testimonianze delle vittime, che parlano di un luogo virtuale dove l’intimità delle donne veniva regolarmente calpestata e trasformata in oggetto di scherno e violenza digitale.
La Polizia postale sta lavorando per rintracciare i responsabili, anche attraverso collaborazioni internazionali, visto che il sito potrebbe essere stato ospitato all’estero.
Le reazioni delle istituzioni e dei partiti
Il caso ha suscitato un forte dibattito politico. La ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, ha promesso nuove iniziative di monitoraggio e contrasto, parlando di “barbarie del terzo millennio” da affrontare con la massima determinazione.
Nel Partito democratico, diverse esponenti hanno annunciato l’intenzione di procedere con una denuncia collettiva, aperta alle parlamentari di ogni schieramento, come segnale forte contro un sopruso che non colpisce solo le donne già note ma anche molte cittadine comuni.
La senatrice di Italia Viva Raffaella Paita ha chiesto che la questione sia affrontata in parlamento, sottolineando la necessità di un lavoro congiunto tra ministeri competenti per trovare soluzioni legislative e culturali condivise, anche a livello europeo.
La mobilitazione civile
Alla pressione istituzionale si è affiancata quella civile. La petizione online per chiedere la chiusura del forum ha raggiunto un numero altissimo di firme, superando le 140.000 adesioni in pochi giorni, sostenuta anche da figure pubbliche del mondo della cultura e dello spettacolo.
Parallelamente, alcune associazioni e legali stanno valutando la possibilità di azioni collettive, per rafforzare la tutela delle vittime e dare un messaggio chiaro di contrasto alla violenza digitale.
Il sostegno del Codacons Donna
Un aiuto concreto arriva dal Codacons Donna, che ha attivato un servizio di consulenza legale e supporto psicologico per le donne coinvolte. “Le vittime devono sapere di non essere sole” ha dichiarato l'associazione.
Codacons Donna mette a disposizione avvocati e psicologi, invitando chiunque abbia subito una violazione a scrivere all’indirizzo sportellocodacons@gmail.com o a contattare il numero WhatsApp 3715201706.
Cosa prevede la legge contro il revenge porn
La diffusione di immagini intime senza consenso è punita dall’articolo 612-ter del Codice Penale, introdotto nel 2019. Si tratta di un reato contro la persona e, in particolare, rientra nei delitti contro la libertà individuale.
Le pene vanno dalla reclusione da uno a sei anni e a una multa compresa tra 5.000 e 15.000 euro, con aggravanti se il responsabile è un partner o un ex, oppure se la diffusione avviene tramite strumenti digitali.
Le vittime hanno inoltre la possibilità di chiedere un risarcimento in sede civile. Anche chi commenta o rilancia contenuti di questo tipo può incorrere in reati come diffamazione e istigazione alla violenza.
“La Cassazione, con la sentenza n. 14927 del 2023, ha chiarito che il reato non si configura solo quando vengono diffuse immagini o video che mostrano atti sessuali o organi genitali, ma anche quando riguardano altre zone erogene del corpo, in circostanze e contesti tali da farne emergere la sessualità.”
Una violenza subdola e devastante
Il cosiddetto revenge porn è una delle forme più insidiose di violenza contemporanea, perché capace di trasformare un contenuto privato in un’arma devastante in pochissimi istanti.
Non riguarda più solo i casi di vendetta personale, ma anche dinamiche di dominio e di profitto, con conseguenze psicologiche e sociali drammatiche per le vittime. Lo scandalo di Phica.eu ha riportato al centro del dibattito la necessità di norme più severe, di un maggiore sostegno alle vittime e di una cultura digitale fondata sul rispetto e sulla responsabilità.
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